E' difficile adattarsi alla vita a Taiwan?
- Davide
- 29 giu
- Tempo di lettura: 7 min
Aggiornamento: 1 lug
Davide, che ci aveva già raccontato la sua esperienza a nella ristorazione (articolo qui ) oggi ci parla delle sue difficoltà ad adattarsi alla vita sull'isola e come le ha superate.
In che anno sei arrivato a Taiwan e quanto ci hai vissuto?
Sono arrivato a Taiwan per una serie di coincidenze. Ho conosciuto mia moglie a Londra: lei studiava e io lavoravo. Successivamente ci siamo trasferiti in Australia, dove abbiamo vissuto per due anni e ci siamo sposati. Poi è scoppiata la pandemia di Covid e abbiamo deciso insieme di trasferirci a Taiwan. Ci sembrava la scelta migliore, soprattutto per la sicurezza che il Paese offriva in quel momento.
Siamo arrivati nel 2020 e abbiamo vissuto lì fino al 2026. In seguito,
per varie ragioni, nonostante il successo del ristorante, abbiamo
dovuto chiudere l’attività. Al momento sono tornato in Italia, ma spero di poter tornare a Taiwan il prima possibile. È un Paese a cui sono molto legato e nel quale ho lasciato una parte importante della mia vita.
Nei primi mesi/anni a Taiwan, quali sono le cose della vita quotidiana che reputavi strane o curiose?
La città, e in particolare la zona in cui abitavamo, è un incredibile mix tra tecnologia all’avanguardia e aree dove si trovano ancora case con l’orto, immerse in una natura rigogliosa e nel verde.
Nei primi mesi molte cose mi sembravano strane o curiose, anche perché per me era un mondo completamente nuovo. Una delle immagini che ricordo meglio è quella all’uscita delle stazioni della metropolitana: ti trovi davanti a un traffico molto intenso, ma senza i rumori assordanti a cui siamo abituati in molte altre città. È quasi una città silenziosa. Centinaia di scooter si muovono insieme verso casa o verso il lavoro, come la corrente di un fiume che scorre ordinata. È una scena che mi ha sempre colpito. Un’altra cosa che ho notato subito è l’equilibrio tra modernità e natura: nel giro di pochi minuti si passa da grattacieli, centri commerciali e tecnologia di ultima generazione
a sentieri di montagna, foreste e piccoli orti familiari. È un contrasto che rende Taiwan davvero unica.

Un'altra cosa che mi ha colpito è stato il modo di vestirsi nella vita quotidiana. Mi capitava spesso di vedere un'alta percentuale di ragazze davvero molto belle che, per andare a fare la spesa o sbrigare delle commissioni, uscivano in modo molto semplice e pratico, magari in ciabatte o con i bigodini in testa mentre si preparavano per un appuntamento o una giornata importante.
Venendo dall'Italia, e in particolare dalla mia zona, ero abituato a vedere persone molto attente all'aspetto fisico già dalle prime ore del mattino. A Taiwan, invece, ho percepito un approccio più rilassato nella vita di tutti i giorni. È stata una differenza culturale che all'inizio mi ha sorpreso e che poi ho imparato a considerare del tutto normale.
Un’altra differenza che ho notato è che le persone, mentre camminano, tendono a guardare dritto davanti a sé, senza curiosare troppo a destra o a sinistra come faccio io. È una cosa che mi ha colpito perché dà l’idea di un certo focus e di una sorta di
disciplina anche nei piccoli gesti quotidiani. Mi ha colpito anche il rispetto delle regole nella vita quotidiana. Per esempio, le persone aspettano sempre il verde per attraversare la strada, anche quando non si vedono macchine o scooter in arrivo. È un’abitudine che all’inizio mi sembrava molto rigida, ma con il tempo ho capito quanto sia radicata nella cultura locale. Esempi ne avrei davvero tanti! Sto appunto tentando di scrivere un libro anche come omaggio e gratitudine al paese.
Nei primi mesi/anni quali sono state le maggiori difficoltà per adattarsi a vivere qui?
Appena arrivato, anche grazie al mio buon CV, trovai presto lavoro. Ricordo che un collega italiano mi disse: “Per adattarti qui ci vogliono almeno due anni.” All’inizio non lo presi molto sul serio, ma ora posso dire che aveva ragione, e forse due anni non bastano neanche.
Il mio problema è che non arrivai a Taiwan per una scelta vera e propria, ma quasi “scappando” dall’Australia, che in quel periodo era in una situazione difficile a causa del Covid. Non ero quindi affatto preparato alla cultura taiwanese e a tutto il resto: imparai
piano piano, sulla mia pelle. Non nego che attraversai anche un periodo di forte difficoltà, che forse si può definire depressione, anche se non sono uno psicologo. Furono mesi davvero duri.
Non riuscivo in nessun modo ad adattarmi. Nonostante noi italiani siamo famosi per la parlantina e la vita sociale, lì mi sentivo completamente un alieno.
Abitavamo a New Taipei, che sei anni fa era ancora una zona in costruzione. In tutto il quartiere eravamo solo in tre stranieri: io, un italiano, e due francesi. Poi col tempo sono arrivati altri espatriati, ma per i primi due anni mi sono sentito totalmente isolato.
Nonostante la città fosse pulita, efficiente e con molti aspetti positivi, non riuscivo a integrarmi né tantomeno a socializzare. A ogni incrocio, mentre aspettavo il verde, vedevo decine di persone in scooter che mi fissavano, come se fossi appena arrivato da un altro pianeta.

Tutto era scritto in cinese e, senza mia moglie, non riuscivo praticamente a muovermi. Di fatto, non avevo una vera vita sociale. Mi sembrava di vivere una sorta di “Truman Show”, come nel film con Jim Carrey. Tutto mi appariva artificiale, quasi finto, perché non
riuscivo davvero a interagire nulla di ciò che mi circondava.
Cercavo di imparare qualche parola di cinese, come “ni hao”, il classico saluto, ma spesso le persone non rispondevano. All’inizio lo vivevo quasi come un insulto: pensavo “io mi sforzo, almeno rispondi”. Solo più avanti ho capito che non era maleducazione, ma piuttosto timidezza o abitudine culturale, che allora interpretavo in
modo sbagliato.
Dalla noia sono passato alla frustrazione, che spesso scaricavo involontariamente su mia moglie. Poi sono arrivato a una sorta di resa, che si è trasformata in un periodo molto difficile, che oggi definirei anche depressione. In quei mesi aumentai il numero di
sigarette e iniziai anche a bere qualche bicchiere di whisky per stordirmi e far passare le giornate.
Tra difficoltà lavorative e la fatica della quotidianità, arrivai quasi a odiare il Paese: non lo capivo e tendevo a vedere difetti ovunque. In realtà ero dentro quello che oggi riconosco come uno shock culturale, ma allora non ne ero affatto consapevole.
Inoltre non potevo andarmene facilmente, sia per la paura — infondata e ingiustificata — di allontanarmi da mia moglie e perderla, sia perché, a causa del Covid, i voli erano pochi e molto costosi.
Come hai affrontato queste difficoltà? Pensi di averle superate?
Prima di tutto, grazie a mia moglie: la sua forza, la sua determinazione e il suo amore vero, che ha dimostrato sempre senza arrendersi mai, insieme alla sua pazienza, sono stati fondamentali. Poi, come la vita insegna, tutto passa con il tempo e, piano piano, ci si abitua anche alle situazioni più difficili.
Ovviamente non sono mancati i litigi, perché ero spesso molto giù e non facile da gestire. Inoltre mi sentivo quasi come un bambino: senza di lei non riuscivo nemmeno ad andare dal parrucchiere o a fare la spesa da solo.
Immaginate andare al supermercato, parcheggiare lo scooter e poi dover capire come pagare o muoversi con tutto scritto in cinese… e quando provi a chiedere informazioni ti rispondono in cinese. Era tutto molto complicato all’inizio.
Naturalmente avrei dovuto iscrivermi a una scuola di cinese fin da subito, anche per capire meglio la cultura, ma era il periodo del Covid: il lavoro era però la priorità e, quindi non potevo permettermi di studiare e star a casa.
Riuscii anche a prendere la patente per lo scooter in inglese e gli istruttori mi fecero persino una foto ricordo, perché ero il primo straniero che la conseguiva.
Ci è voluto del tempo, piano piano e gradualmente. Da un Paese che quasi odiavo per molte incomprensioni sono passato a capirlo, a capirci entrambi, fino ad arrivare ad amarlo.
Facendo un bilancio; oggi quali aspetti del vivere a Taiwan ti piacciono/ non ti piacciono particolarmente?
Essenzialmente ci sono tre aspetti che non mi piacciono del tutto, ma a cui alla fine ho fatto l’abitudine: il clima, soprattutto in estate, caldo e molto umido; il traffico, che a volte è molto intenso (perché invece di mettere qualche rotonda c'è un semaforo a ogni incrocio?); infine la lingua, che trovo bellissima ma molto difficile da imparare
personalmente.
Per il resto, per me è un paradiso.
Ci ho messo tempo a capire, ad aprire gli occhi e a uscire da quel tunnel mentale, ma poi ho scoperto un Paese meraviglioso: pulito, sicuro, con praticamente zero criminalità, efficiente, con una burocrazia veloce e ospedali molto efficienti. Le persone sono straordinarie, il cibo è buonissimo e sano, il costo della vita è bilanciato.
Soprattutto è un Paese che ti fa sentire sicuro e che offre molte opportunità e un futuro. Anche per crear una famiglia.
Nonostante in passato lo abbia criticato, oggi sento il bisogno di chiedere scusa a modo mio e di far conoscere a più persone possibile questo Paese meraviglioso che amo e desidero viverci con le persone che amo.

Se dovessi dare un consiglio a quegli italiani che fanno fatica ad adattarsi alla vita a Taiwan, cosa gli diresti?
Innanzitutto, prima di decidere di andare a Taiwan, bisognerebbe conoscere bene la cultura, le usanze e la mentalità. Ovviamente non si può imparare tutto dai libri, ma arrivare già un po’ preparati aiuta molto.
Un’altra cosa importante è la lingua. Non essendo un Paese turistico come la Thailandia o il Vietnam, dove anche nei villaggi più sperduti spesso qualcuno parla qualche parola di inglese, Taiwan è un Paese molto più industriale e in sviluppo. In molte zone non si
parla inglese, oppure le persone sono timide nel farlo e preferiscono evitare la comunicazione. Per questo studiare la lingua è essenziale, ed è anche quello che voglio fare io appena rientrerò.
Consiglierei inoltre di avere pazienza: nella vita ci si adatta a tutto. Non bisogna arrendersi, perché prima o poi scatta qualcosa che ti fa innamorare davvero del posto.
Esistono anche diversi luoghi e programmi di language exchange, dove si possono conoscere altri stranieri e non sentirsi soli nell’affrontare la vita quotidiana.
Onestamente posso dire che, per lavoro o per vacanza, ho girato molti Paesi, ma Taiwan è stata la sfida più dura. Con il tempo, però, si è trasformata nell’unico Paese in cui davvero vorrei vivere e investire la mia vita insieme alla mia famiglia.
Ho conosciuto persone meravigliose, con un livello di educazione, onestà e purezza che raramente ho incontrato nella mia vita. Offro la mia più sincera gratitudine e Auguro a questo Paese e al suo popolo anni di prosperità.




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