Riflessioni in quarantena: il punto di vista di uno studente taiwanese in Italia

H. vive in Lombardia, in un paese a circa trenta minuti di Milano. Vive in Italia già da quattro mesi, ma non si sarebbe mai aspettato di essere coinvolto nella pandemia di COVID-19 che lo avrebbe costretto tra le sue quattro mura domestiche. Da bambino aveva avuto esperienza dell’epidemia SARS, e si è preparato. Tuttavia, ritiene che il nostro paese non abbia fatto abbastanza…

Metropolitana di milano, 12/03/2020

Quando hai sentito parlare dello scoppio dell’epidemia di coronavirus cosa hai pensato? Ti sei preoccupato?


A fine gennaio sono comparsi i primi casi in Cina, e io e tutti i taiwanesi ci siamo molto preoccupati. Ho pensato che questo virus fosse spaventoso e bisognasse fare attenzione.


Hai preso delle precauzioni?


Ho cominciato a lavarmi frequentemente le mani, ho cominciato a portare la mascherina. Usavo le mascherine portate da Taiwan. A fine gennaio sono andato a cercare le mascherine in farmacia, ma erano finite. Una settimana dopo la notizia della comparsa del virus non se ne trovava neanche una. Ho chiesto aiuto ad un amico dottore italiano per reperirle, ma lui mi ha detto che “non c’era bisogno”. Evitavo i ristoranti cinesi, anche se andavo ancora ai supermercati di cibo asiatico. Avevo paura di andare nella China Town Milanese, mi disinfettavo spesso le mani. Ho comprato molto disinfettante per le mani, che utilizzavo dopo aver toccato qualcosa di sporco come la maniglia di una porta, il palo di sostegno della metro ecc. Ho preparato una soluzione di acqua (25%) e alcool (75%) da spruzzare sulle mie scarpe e i miei vestiti ogni volta che rientravo a casa, per disinfettare tutto.


A gennaio ti sentivi sicuro a restare in Italia?


In gennaio non c’erano molti casi in Italia, quindi andava bene. Tuttavia, sentivo che, rispetto a Taiwan, l’Italia non stava facendo nulla per la prevenzione.


Reputavi più sicura l’Italia o Taiwan?


A quel tempo pensavo l’Italia più sicura, perché più distante dalla Cina. Alla fine, Taiwan però era più sicura.


Gli Italiani come hanno reagito alla notizia? Hanno preso delle precauzioni? Le precauzioni sono state sufficienti?


L’unica reazione che ho visto inizialmente è stata discriminare gli asiatici. Non so riguardo il lavaggio delle mani, ma nessuno indossava la mascherina, nessuno controllava la temperatura nei luoghi pubblici.


Il primo paziente italiano infetto da COVID-19 è stato scoperto il 21 febbraio. Da allora come è cambiato l’atteggiamento degli italiani?


Alcune persone hanno cominciato a indossare le mascherine e usare il disinfettante per le mani. Ma non c’era una strategia per il controllo del virus.


Coda davanti a una farmacia nel monzese, 15/03/2020

Dall’8 marzo la Lombardia è stata messa in quarantena, seguita poi dall’Italia intera l’11 marzo. Come sono cambiate le tue abitudini?


Prima prendevo il treno per Milano una volta alla settimana. Adesso non prendo più i trasporti pubblici, resto sempre in casa, vado solo al supermercato ogni sette giorni. Prima delle nuove restrizioni del 22 marzo andavo a fare qualche passeggiata. Ho mantenuto le stesse precauzioni sanitarie prese in precedenza, in più quando devo prendere l’ascensore utilizzo un fazzoletto per premere i tasti.


Hai menzionato il fatto che secondo te l’Italia non aveva una vera e propria strategia di prevenzione. Taiwan al contrario ce l’aveva?


Sì. La strategia taiwanese prima di tutto consiste nel tenere il virus lontano dai nostri confini. Se un soggetto infetto atterra con un aereo, lo si rileva subito all'aeroporto con il controllo della temperatura. Molto staff è coinvolto per questi esami, e se qualcuno è malato o con la temperatura alta si prendono delle misure adeguate, in certi casi gli viene addirittura rifiutato l’ingresso nel paese. Inoltre, in tutti i luoghi pubblici (es. scuole, centri commerciali…) a chi entra viene misurata la temperatura: se hanno la febbre non vengono fatti entrare, e gli viene consigliato di andare da un dottore. Bus e metro vengono sanificati ogni quattro ore.



Questa non è la prima epidemia affrontata da Taiwan. Nel 2003 infatti scoppiò l’epidemia SARS. Quanti anni avevi?


Avevo 11 anni. La SARS fu molto seria. Il sindaco di Taipei dell’epoca non cooperò con il governo centrale, e di conseguenza uno degli ospedali di Taipei aveva così tanti pazienti infettati che dovette essere isolato. Una quindicina di dottori e infermieri bloccati al suo interno morirono.


Quali provvedimenti prese il governo taiwanese all'epoca?


Il controllo della temperatura negli aeroporti. Le scuole non vennero chiuse, ma i bambini dovevano controllare la loro temperatura ogni giorno, una volta alla mattina e una volta al pomeriggio. Usavamo una carta rigida che mettevamo sulla fronte: se la temperatura corporea superava 37.5 gradi, la carta cambiava colore. I luoghi pubblici (scuole, centri commerciali, trasporti ecc…) venivano sanificati almeno due volte al giorno. Dalla SARS abbiamo imparato la lezione.

Le precauzioni prese dal governo taiwanese per affrontare il COVID-19 sono quindi simili a quelle prese contro la SARS?


Si, ma sono state rese ancora migliore dalla creazione del National Health Command Center. Dopo la SARS è stata fatta una legge per definire la struttura di questo organismo per le emergenze. In caso di calamità sanitaria gli ufficiali governativi possono seguire le linee guida e formare l’NHCC.


Questo organismo include ministri provenienti da vari ministeri che discutono una strategia totale: dal punto di vista igienico-sanitario certamente, ma anche da quello economico (ad esempio le misure di supporto per le aziende). Dato che con lo scoppio dell’epidemia le mascherine erano in grande richiesta, il ministero dell’economia taiwanese ha contattato tutte le fabbriche nazionali in grado di creare i macchinari per fabbricare le mascherine. A tale scopo erano necessari alcuni componenti dall'estero, quindi alcuni rappresentanti delle fabbriche si sono recati in Germania per acquistarli. Una volta ottenuti i componenti giusti hanno potuto iniziare subito la produzione.


Un’altra novità è che sono stati incrociati i dati della National Health Card ( la tessera sanitaria) e i dati di viaggio dei passaporti. In questo modo, quando un taiwanese andava dal dottore o dal farmacista, questi potevano vedere subito dove egli era stato nei mesi precedenti. Se ad esempio il cittadino si fosse precedentemente recato in Cina, il medico lo avrebbe riferito all'autorità sanitaria che avrebbe investigato la situazione.


Quali limitazioni e suggerimenti ha adottato il governo taiwanese nei confronti della popolazione?


La maggior parte degli eventi sono stati sospesi, inclusa una grande processione per la dea Mazu. Il governo ha chiesto alla popolazione di limitare i raduni con molte persone, di evitare i posti affollati, di indossare la mascherina all'interno di luoghi chiusi (es. metro, bus). Ha promosso moltissimo il lavaggio delle mani, anche con spot pubblicitari e slogan. Dato che i taiwanesi ricordano bene la SARS, non hanno avuto bisogno del consiglio del governo per acquistare e utilizzare le mascherine: questa è una differenza culturale rispetto all'Italia. Tuttavia, bisognava evitare l’esaurimento delle mascherine. Dopo lo scoppio dell’epidemia, il governo le ha inizialmente distribuite presso i minimarket e ha posto la restrizione che si potessero acquistare solo due mascherine per persona. Dopo due settimane, le autorità hanno cambiato strategia: le mascherine vengono date alle farmacie, che le vendono per un massimo di tre a settimana ai clienti che mostrano la tessera sanitaria.

Negozi chiusi in Milano centro. 12/03/2020

Secondo te quali sono stati gli errori dell’Italia nell'affrontare l’epidemia?


Innanzitutto, gli italiani hanno sottovalutato il virus. Non hanno l’abitudine di indossare la mascherina, nemmeno i malati, che hanno continuato ad andare in giro a starnutire addosso alla gente. Non c’è stato un controllo al tappeto negli aeroporti per tutti coloro che arrivavano nel paese, non c’è stata un efficace piano di prevenzione.

In secondo luogo, la mancanza di strategia da parte del governo. In Taiwan abbiamo una chiara direzione: combattere il virus insieme. Al contrario in Italia il governo centrale e i governi locali non sono sincronizzati, mancano di coordinazione. Ad esempio, l’8 marzo Conte ha firmato il decreto per chiudere la Lombardia senza che i governi delle altre regioni ne sapessero niente. Capisco che nel sistema governativo italiano ogni regione abbia una certa autonomia decisionale, ma in questo tipo di emergenza, in questo stato di guerra, il governo centrale dovrebbe stabilire una strategia forte e chiara per coordinare l’intero paese in un’unica direzione. Invece in Italia la Lombardia fa i tamponi solo per i malati gravi, il Veneto fa i tamponi a tappeto, la Toscana fa i tamponi e il prelievo del sangue a tutti e così via… non c’è una strategia unica.

Secondo me inoltre le autorità italiane dipendono troppo dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. L’OMS ha sottovalutato la situazione per lungo tempo, complice anche l’influenza cinese, quindi i paesi che hanno seguito le indicazioni dell’OMS sono in una brutta situazione. Taiwan non è parte dell’Organizzazione, dato che le Nazioni Unite non la riconoscono come uno stato vero e proprio. Taiwan è stata abbandonata dalla comunità internazionale durante la SARS, quindi stavolta ha dovuto prepararsi autonomamente.


Adesso, marzo 2020, ti senti sicuro a stare in Italia?


Vorrei tornare a Taiwan, mi sentirei più al sicuro. Il 22 marzo in Italia sono stati registrati 46000 casi positivi di COVID-19, a Taiwan solo 195 casi. Inoltre Taiwan non ha dovuto chiudere le scuole e gli uffici per un periodo così lungo come l’Italia. Perché la situazione in Italia è peggiorata così tanto? Perché i cittadini non hanno la mentalità di prevenire il virus, di usare le misure igieniche. La responsabilità di prevenire il contagio non ricade interamente sul governo, ma anche sul singolo individuo. Anche se il governo prende dei provvedimenti, come la chiusura di un’intera nazione, se l’individuo non segue le indicazioni delle autorità è inutile. Il singolo deve essere consapevole della propria salute e della propria igiene. Se hai la febbre, non devi uscire di casa a diffondere il virus. Anzi, nel migliore dei casi, si dovrebbe controllare la propria temperatura ogni giorno!


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